Ibm: acquista Red hat per 34 mld dollari

Il colosso dell’hi-tech sposa l’azienda sinonimo di software open source andando così a costituire il polo di mercato leader nei servizi ibridi di cloud computing.Ibm acquista il pioniere del software open-source Red Hat per 34 miliardi di dollari, in quella che è la maggiore acquisizione nella storia di Ibm.

Red Hat

 

Le nozze aiuteranno tutte e due le società ad accelerare lo spostamento verso il cloud computing dei grandi clienti, oltre a dare una spinta alla crescita dei ricavi di Ibm.

L’amministratore delegato di Ibm, Ginny Rometty, ha commentato l’operazione spiegando come in questo modo la sua azienda diventa leader mondiale come provider ibrido di servizi cloud, il che indica il mix della piattaforma proposta da Big Blue tra on-site, privata ed erogata da servizi di terze parti.

Ibm ha inoltre confermato come vuole mantenere il quartier generale di Red Hat a Raleigh, in North Carolina, dove lavorano oltre 2 mila dipendenti dell’azienda, un sesto della forza lavoro totale dell’azienda di software, che conta circa 12 mila lavoratori sparsi in tutto il mondo.

Un vero colosso dell’hi-tech nato da un’idea. Quella di un codice aperto, che può essere letto, controllato e migliorato da chiunque. È questa la base dell'open source, una filosofia digitale in cui l'innovazione arriva direttamente dall'esperienza degli utenti.

Partendo da questa idea nel 1994 Marc Ewing ha creato Red Hat Linux, un software della famiglia Linux che negli ultimi 14 anni è diventato il motore di una compagnia con un fatturato da 2,9 miliardi di dollari all'anno.

Un colosso hi tech appunto che però è rimasto sempre fedele ai principi dell'open source. Siamo stati a Roma qualche settimana fa per conoscerlo di persona, a cominciare dal ceo di Red Hat, Jim Whitehurst.

Il logo di Red Hat è un cappello rosso, un fedora per la precisione. L'origine di questo simbolo, un po' da agente segreto, è nel cappello rosso della squadra di lacrosse dell'Università di Cornell che Marc Ewing indossava sempre. Nel 1995 la società viene acquisita da Bob Young, già proprietario di una compagnia che si occupa di vendere libri e accessori per Linux, il software aperto creato nel 1991 dal finlandese Linus Torvalds.

Da qui la scalata. Nel 1999 si quota in borsa e Linux diventa sempre più diffuso tanto che nel 2002 Dreamworks Animation realizza il suo primo film utilizzando questo software, la pellicola si intitolerà Spirit, cavallo selvaggio. Red Hat inizia a vendere i suoi prodotti alle aziende e diventa una delle compagnie di software più importanti al mondo. Nel 2012 fattura un miliardo di dollari e la rivista Forbes la inserisce al quarta posizione nelle lista delle aziende più innovative dell'anno.

Nel 2016 raddoppia e fattura due miliardi di dollari. Ora l'obiettivo è superare i tre miliardi

Lavorare con un codice aperto, che tutti possono conoscere e analizzare, non vuol dire regalare i propri software alle aziende. Red Hat parte dal software Linux ma poi crea dei pacchetti di codice che possano essere utilizzati nelle aziende. Prodotti come OpenShift o Ansible sono così controllati e supportati dai team di ingegneri con il cappello rosso. Un processo molto simile a quello che avviene nel mondo dei big data, dove molti dei programmi più utilizzati, come Apache Hadoop, nascono dalla stessa ottica open source.

Se tutti possono guardare un codice per migliorarlo, tutti possono allo stesso tempo guardarlo per capire come manipolarlo e compromettere la sua sicurezza. Jim Whitehurst, ceo di Red Hat, sostiene però che questo meccanismo non sia un rischio per le aziende: «Ci sono molte persone che controllano costantemente il codice e per loro la sicurezza è fondamentale.

È vero, essendo aperto, anche i malintenzionati possono guardarlo e trovare delle falle. Per questo gli applicativi che noi vendiamo sono testati e supportati dai nostri ingegneri».

Red Hat ha trovato terreno fertile dove svilupparsi anche in Italia. Secondo il country manager Gianni Anguilletti, nell'elenco delle aziende tricolore che hanno scelto queste soluzioni open source ci sono realtà come Magneti Marelli, Vodafone Italy e Fastweb. Nemmeno la pubblica amministrazione è riuscita a resistere al fascino del cappello rosso.

«Fra i nostri partner – continua Anguilletti – ci sono anche Inail e Sogei, la società di consulenza informatica controllata dal ministero dell'Economia». I dipendenti di Red Hat in Italia non sono soltanto venditori, come spesso succede nelle sedi distaccate dei colossi tecnologici, ma anche sviluppatori. «In Italia abbiamo 152 dipendenti e tra questi ci sono 60 sono ingegneri che contribuiscono direttamente alla scrittura del codice. Open source vuol dire anche che non c'è bisogno di essere nella Silicon Valley per contribuire all'innovazione».

Summit e Sierra. Apparecchi grandi quanto campi da tennis in grado di risolvere in un'ora operazioni che un pc normale impiegherebbe decenni per capire. Sono i supercomputer creati grazie al progetto Coral promosso dal Doe, il dipartimento dell'energia degli Stati Uniti d'America.

Entrambi riescono a coordinare tutti i loro calcoli grazie a Red Hat Enterprise Linux, la versione di Linux che Red Hat ha creato per le aziende. I motori di Summit sono stati avviati lo scorso giugno, mettendo in funzione le sue oltre 9mila cpu e le 27mila schede gpu. L'avviamento di Sierra, fratello minore di Summit, è previsto invece per la fine dell'anno.

 

Fonte: CorSera

 

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