Industria 4.0 in crescita del 30%, Italia pronta alla svolta? – Seconda Parte

Tra soluzioni IT, componenti tecnologiche abilitanti e servizi collegati, il mercato dei progetti vale 2,4 miliardi di euro. Il 90% riguarda Industrial IoT, Analytics e Cloud Manufacturing. Il piano nazionale sta dando i suoi frutti. Ora focalizzare l’attenzione sulle Pmi. La fotografia scattata dall’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano.

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La Digital Readiness delle aziende
Prima di avventurarsi nella quarta rivoluzione industriale, è importante che le imprese capiscano qual è il loro punto di partenza. L’Osservatorio ha sviluppato un modello (Dreamy, Digital REadiness Assessment MaturitY model) per valutare la maturità digitale dei processi che più di tutti concorrono alla creazione del valore, in termini di capacità di esecuzione, monitoraggio e controllo, organizzazione e utilizzo di tecnologie Ict dei processi di ingegneria di prodotto e di processo, gestione della produzione, qualità, manutenzione, logistica e supply chain.

“Dreamy ha già trovato impiego in più di 50 aziende italiane di diversi settori, dimensioni ed età”, afferma Marco Macchi, Direttore dell’Osservatorio Industria 4.0. “Il modello è uno strumento per guidare la trasformazione digitale in azienda, individuare i processi da gestire e innovare, i fattori competitivi e fornire supporto alle decisioni del management. La strada tracciata potrà portare ad approfondire il livello di preparazione digitale delle imprese italiane dei vari settori”.

Pmi 4.0
Analizzando 30 casi appartenenti a diversi settori industriali, l’Osservatorio Industria 4.0 ha identificato i diversi approcci che le Pmi manifatturiere stanno tenendo nei confronti della digitalizzazione, analizzando il processo di valutazione e di decisione avviato e i tempi operativi dei progetti di Industria 4.0. Il primo profilo è quello delle aziende “Impassibili”, per cui è necessario sensibilizzare i vertici aziendali sul contenuto della trasformazione digitale e delineare una strategia, per poi mettere a punto un percorso di trasformazione con progetti concreti e condivisi. Le imprese “Lente”, invece, hanno capito il potenziale legato alla trasformazione digitale ma sono ancora riluttanti a intraprendere il percorso: hanno bisogno di vedere subito benefici concreti (anche se limitati) e hanno bisogno di soluzioni tecnologiche e organizzative modulari e facilmente integrabili per avanzare nel processo di innovazione. Nel caso dei profili “Attivi” e “Saranno Famosi”, poi, la trasformazione digitale ha preso il via, ma sono ancora necessarie competenze interne altamente specialistiche (tecnologiche e organizzative) perché si possa avviare la trasformazione immaginata. Gli “Imitatori”, infine, avranno bisogno di confrontarsi e di vedere come hanno operato realtà simili alla propria, entrando a far parte di un ecosistema dinamico, vivo e propositivo, che possa dare una spinta ai propri processi di trasformazione digitale.

“Le Pmi sono ormai consapevoli che il digitale rappresenti una priorità competitiva, ma non sempre riescono a sfruttarne appieno tutte le potenzialità – afferma Giovanni Miragliotta, Direttore dell’Osservatorio Industria 4.0 – Definire e attuare un programma di trasformazione digitale richiede competenze manageriali e finanziarie che spesso mancano nelle realtà meno strutturate e infatti le risorse finanziarie rappresentano una barriera per il 34% delle Pmi, contro appena il 17% delle grandi imprese. In questo contesto, diventa fondamentale il ruolo di fornitori, università, agenzie per il lavoro e associazioni territoriali, che possono fornire le competenze necessarie e accompagnare le Pmi nei primi passi verso la digitalizzazione”.

Le startup
Sono 215 le startup finanziate a livello internazionale nate tra il 2013 e il 2018 attive nell’ambito dell’Industria 4.0, che hanno raccolto finanziamenti complessivi per circa 2,5 miliardi di dollari, pari più o meno a 17,8 milioni di dollari per startup. Il censimento realizzato dall’Osservatorio Industria 4.0 conferma il trend di crescita del numero di nuove imprese, che negli ultimi quattro anni è cresciuto ogni anno del 15-20%. Il 24% di queste propone soluzioni di Industrial Analytics, il 20% di Industrial IoT e un altro 20% di Additive Manufacturing. Per quanto riguarda l’entità dei finanziamenti, è l’Additive Manufacturing l’ambito che ha attirato più investimenti (800 milioni, un terzo del totale), con una media di 37,8 milioni di dollari a startup, superando per la prima volta l’Industrial IoT (600 milioni totali, 20,7 milioni in media). Le prime 10 startup hanno raccolto da sole 1,6 miliardi di dollari.

L’analisi per area geografica conferma il ruolo di primo piano degli Stati Uniti, che ospitano circa la metà delle startup censite (49%) e raccolgono l’80% dei finanziamenti totali. In Europa non mancano realtà interessanti (76, il 35% del campione), ma la media di investimenti ottenuti dalle singole startup europee è pari a 3,8 milioni di dollari, contro i 26,5 delle nuove imprese statunitensi. L’Italia ospita 24 startup, ma con finanziamenti medi al di sotto della media continentale (500mila dollari).

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