Luigi Gubitosi (Tim): «Un tavolo con Open Fiber, aperti a una combinazione delle reti»

Il ceo dell’azienda: la conflittualità Vivendi- Elliott si supera creando valore per tutti.

Gubitosi

«L’Italia ha bisogno di infrastrutture ma ha poche risorse per realizzarle, eppure è tra i pochi Paesi che sta andando verso una sovrapposizione delle reti di telecomunicazioni». E’ un ritorno alla realtà il punto di partenza dell’analisi di Luigi Gubitosi. lL’amministratore delegato di Tim ha un’idea piuttosto chiara sui passi che l’azienda deve fare ed è pronto ad aprire un tavolo con Open Fiber. «Prima di parlare delle possibili soluzioni - chiarisce – vorrei sedermi con Open Fiber per un esame approfondito della situazione esistente e delle opportunità che presenta. Qualsiasi discussione sul tema non può basarsi su opinioni ma su numeri, fatti e dati certi». I numeri sono quelli del nuovo piano industriale di Tim che Gubitosi sta mettendo insieme in vista della presentazione al consiglio il 21 febbraio. Lì sarà tutto più chiaro.

Lei è nel consiglio di Tim da maggio e amministratore delegato da due mesi. Che Tim ha trovato?
«Un’azienda con grandi competenze e capacità. Ci sono sicuramente molte aree da migliorare, ma in un contesto molto difficile Tim è riuscita comunque a fare meglio del mercato, dimostrando maggiore resilienza. L’azienda è pronta per il rilancio e ci sono tutti i presupposti per ottenerlo».

 

Il suo sarà il quarto piano strategico di Tim in quattro anni. Perché dovrebbe funzionare?
«Mi ricorda la domanda che mi fece un suo collega quando arrivai in Rai e i fatti hanno dimostrato come è andata. I giudizi si danno sempre alla fine del percorso, però posso dire che in Tim vedo spazi di miglioramento e opportunità».

Al mercato cosa racconterà? Cosa si aspettano da lei?

«Il mercato si aspetta tre cose fondamentali: l’aumento di generazione di cassa organica, capire come possiamo sfruttare le opportunità di valorizzazione disponibili e la fine della conflittualità tra gli azionisti».

Non le chiedo in quale ordine se li aspetta, ma forse la risolvere la conflittualità tra gli azionisti è prioritaria se vuole portare a termine il piano che sta preparando…
«Io devo fare il miglior interesse della società assicurandole un futuro sicuro e stabile, nell’interesse di tutti gli azionisti e stakeholder. Nel caso degli azionisti, tutti nessuno escluso, hanno un obiettivo comune che è veder crescere il valore del titolo Tim».

Lei ha azioni Tim?
«Sì ho comprato un milione di azioni e intendo investire anche in futuro in azioni della società».

Tornando ai suoi azionisti, come pensa di mettere d’accordo Elliott e Vivendi?

«Creando valore e questo si può fare riportando Tim al centro del sistema italiano delle telecomunicazioni. Sarà importante trovare un comune punto di incontro tra i nostri azionisti e per quanto mi riguarda farò il possibile perché si raggiunga un equilibrio».

Al momento il livello di conflittualità resta alto, come si è visto in occasione della diffusione dei dati preliminari del 2018, letti da Vivendi come un pretesto per scaricare la colpa su Amos Genish. Come è andata?

«Come abbiamo dichiarato pubblicamente nei giorni scorsi, informare il mercato non solo è buona prassi ma anche un obbligo di legge. In particolare il consiglio, avendo ricevuto informazioni rilevanti sull’andamento gestionale della società, ha ritenuto opportuno comunicarle».

Cosa non ha funzionato con Genish ?

«Non mi piace criticare i miei predecessori. Mi limito a dire che non c’è stata sintonia con l’azienda e con il Paese».

Con l’uscita di Genish, Tim archivia anche il piano DigiTim. Il suo su cosa si concentrerà?

«Dovrà aspettare il 21 febbraio per conoscerne i dettagli. Sono ottimista sulla nostra capacità di aggredire la struttura dei costi e di mantenere la nostra leadership sul mercato. Un punto importante sarà lavorare anche sull’organizzazione, sui processi e sulla cultura aziendale, indispensabili per realizzare il piano».

E sulla rete, ci sarà l’atteso scorporo per arrivare alla rete unica?
«L’Italia ha poche risorse per realizzare infrastrutture ed è in costruzione una seconda rete che si sovrapporrebbe a quella di Tim. E’ opportuno massimizzare l’efficacia degli investimenti viste anche le dimensioni delle infrastrutture di cui il Paese ha bisogno».

Quindi ha senso un’integrazione con Open Fiber?

«Come ho già detto, qualsiasi discussione sul tema deve basarsi su fatti e dati certi».

Un’idea di come procedere se la sarà fatta…
«Siamo pronti ad aprire un tavolo con Open Fiber con l’obiettivo di esplorare possibili sinergie, che possono andare da accordi commerciali, co-investimenti, fino anche ad una possibile combinazione complessiva delle due infrastrutture. E’ importante capire i valori in gioco».

E in caso di combinazione, Tim dovrà mantenere il controllo della società unica della rete?

«Il tema del controllo verrebbe esaminato successivamente e ovviamente riguarda gli azionisti, il management potrà esprimere suggerimenti solo dopo tutte le analisi del caso».

Oltre alla rete il mercato si aspetta novità anche su altri fronti: si sente parlare di vendita del Brasile, di cessione di Sparkle, di una risistemazione di Inwit. E’ previsto?

«Andiamo con ordine: le torri di Inwit sono un gioiello industriale ben gestito, un punto di riferimento in un mercato alla ricerca di sinergie. Inwit può giocare un ruolo importante in questo contesto».

Il Brasile?

«Tim Brasil ha fatto bene nel 2018 e ci sono le premesse perché rafforzi la sua posizione».

Resta ancora Sparkle, ci saranno novità?
«Sparkle è una società strategica che è stata trascurata. Stiamo lavorando a un piano di rilancio».

Lei ha alle spalle una lunga esperienza di ristrutturazioni, penso alla Rai e ad Alitalia. Per Tim vede una possibilità definitiva di rilancio?

«Il settore delle Tlc è strategico per lo sviluppo e la digitalizzazione del nostro Paese. Il lancio del 5G accelererà il processo di cambiamento di un settore che ha bisogno di un complessivo piano di riassetto. Tim è pronta ad essere al centro di questa partita per portare vantaggi agli azionisti, ai dipendenti, ai clienti e, in sintesi, al Paese. Tim è l’unica azienda italiana che ha le dimensioni per essere competitiva con gli altri gruppi europei».

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