Tim e quel ritorno (simbolico) all’italianità. Ora che ne sarà della rete?

L’appoggio di Cdp a Elliott è stato determinante e lo sarà ancor di più nelle decisioni sul destino delle infrastrutture. Ma lo scenario non è così scontato.

TIM

 

Un ritorno, quantomeno simbolico, all’italianità. E non è cosa da poco. Perché, si sa, i simboli hanno il loro valore e la loro forza. Nonostante la maggioranza del capitale di Tim resti nelle mani dei francesi di Vivendi, in quota con il 23,9%, il ruolo della Cassa Depositi e Prestiti (4,9%), alias dello Stato italiano, è stato determinante in occasione dell’Assemblea del 4 maggio che passerà per un “ribaltone” fino a poche settimane fa nemmeno immaginabile.

L’avanzata del Fondo capitanato da Paul Singer (in quota Tim con l’8,85%) inizialmente accolta con un misto di scetticismo e preoccupazione si è trasformata in una sorta di guerra di liberazione americana che ha sortito la mutazione “genetica” del cda dell’azienda con la nomina di 10 consiglieri tutti italiani e tutti indipendenti.

E se è vero che l’unico a non essere destituito è Amos Genish che resta in sella all’azienda in qualità di amministratore delegato è anche vero che al suo fianco arriva Fulvio Conti con il ruolo di Presidente. E nella plancia di comando siede anche Franco Bernabè, vice presidente esecutivo che ha in mano le deleghe sulla sicurezza ereditate da Giuseppe Recchi.

Insomma “l’italianità” di Tim è stata ricostituita. Con il placet delle forze politiche, a partire dal governo uscente schierato contro gli “investimenti predatori”, così li ha definiti il ministro Carlo Calenda riferendosi ai francesi. Conclusa la partita del cda ora bisognerà passare ai fatti: il dossier più caldo è senza dubbio quello dello scorporo della rete, già approvato dall’azienda ma che dovrà essere definito nei dettagli.

Che ne sarà della rete scorporata? Sarà messa in vendita? Si darà vita alla newco delle reti con Open Fiber? “Il progetto di separazione dalla rete può essere finalizzato in 12-18 mesi”, ha detto Genish durante l’Assemblea del 24 aprile. “E’ un progetto industriale che assicurerà la sostenibilità nel lungo termine ai nostri investimenti nelle infrastrutture”. La strada, insomma sembra ampiamente tracciata. E il ruolo dello Stato, attraverso Cdp, avrà il suo innegabile peso nelle mosse prossime venture. A proposito di Cdp, i vertici sono in scadenza e l’Assemblea è stata convocata il 23 maggio (il 20 giugno la seconda convocazione). E gira voce che fra i papabili al vertice ci sarebbe Franco Bernabè.

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