Fusione Tim-Open Fiber: benefici per 6 miliardi in 20 anni

Il valore degli asset di OF stimato in 2,3 miliardi. Opzione migliore? Prima incorporazione in Tim e poi scorporo. Corcom pubblica in anteprima il paper a firma del docente in Economia Ict Maurizio Matteo Dècina.

fibra ottica

di M. Fiordalisi - Direttore CorCom

La fusione Tim-Open Fiber? Genererebbe benefici a livello di sistema Paese per circa 6 miliardi in 20 anni. Questa la stima messa nero su bianco in un position paper scientifico– che Corcom pubblica in anteprima-  a firma di Maurizio Matteo Dècina, docente in Economia Ict all’Università di Tor Vergata di Roma. La stima tiene conto dei risparmi sul fronte degli investimenti e dei costi di manutenzione nonché del rendimento dei savings reinvestiti nei servizi.

L’analisi intitolata “Sviluppo della rete di accesso in fibra tra scenari di duopolio e scenari di fusione della rete. Quali impatti sul Pil e quali tariffe sostenibili per la crescita del Paese?” propone due scenari: da un lato lo scorporo della rete Tim e merger con gli asset di Open Fiber dall’altro l’acquisto da parte di Tim degli asset di Open Fiber nelle zone a non fallimento di mercato

Scorporo della rete Tim e merger con gli asset di Open Fiber

“L’opzione è certamente la migliore dal punto di vista dell’efficienza economica – sottolinea Maurizio Matteo Dècina – ma comporta diverse problematiche”: lenta realizzazione tecnica per la fusione dei sistemi informativi e la ripartizione del personale; attribuzione di una notevole quantità di debiti sulla rete (almeno 15 miliardi dei 25 miliardi di debiti netti di Tim); sostenibilità critica per la società dei servizi di Tim (sulla quale rimarrebbero altri 20 miliardi di debiti lordi).

Acquisto da parte di Tim degli asset di Open Fiber nelle zone a non fallimento di mercato

Secondo Dècina si tratta di “un’opzione realista con benefici immediati per entrambe le società”. Open Fiber venderebbe i suoi asset a Tim coprendo i costi sostenuti ed incassando una plusvalenza (nel caso di valutazioni superiori a 2 miliardi) e rimarrebbe attiva nelle zone a fallimento di mercato cui si è aggiudicata tutti e tre i bandi Infratel (circa 4 miliardi). Ma anche in questo caso l’autore evidenzia delle problematiche: possibili vincoli regolatori  europei; assenza di un modello wholesale only e perdita di efficienza economica.

Prima incorporazione poi scorporo

Il processo migliore per realizzare la fusione delle reti “comporterebbe nell’immediato l’incorporazione degli asset di Open Fiber (zone non a fallimento) in Tim. Successivamente dovrebbe essere pianificato uno scorporo della rete per il raggiungimento di un modello wholesale only a controllo statale”, evidenzia Dècina.

Gli asset di Open Fiber: 2,3 miliardi il valore più attendibile

L’analisi prova a simulare anche il valore degli asset. Per quanto riguarda quelli di Open Fiber vengono proposti tre differenti scenari sulla base della metodologia di valutazione scelta. Nel caso della metodologia per multipli di ebitda il valore degli asset si aggirerebbe fra i 2 e i 3 miliardi in funzione dell’ammontare dell’ebitda stimato fra cinque anni ma sarebbe “poco attendibile perché tutto dipende da un solo valore futuro che dovrebbe riassumere tutti i parametri considerati”, evidenzia Dècina. Passando alla metodologia basata sui flussi di cassa il valore è compreso fra 1,5 a 2,5 miliardi in relazione  alla velocità di penetrazione dell’utenza attiva, ipotesi considerata “mediamente attendibile nel caso di corretta previsione degli scenari di crescita della clientela e dell’evoluzione di costi e tariffe”. Infine, se l’analisi tiene conto del capitale investito si arriva a una valutazione di 2,1 miliardi + 280 milioni di premio sul capitale proprio (5% annuale): questa secondo Dècina è una valutazione “molto attendibile poiché il calcolo si basa su parametri effettivi e non teorici”. Ai valori andrebbe poi sottratto l’ammontare del debito pari  a 1,4 miliardi.

15mila esuberi potenziali in Tim: come riassorbire?

Secondo Dècina indipendentemente dalla fusione “andrebbe elaborato un piano industriale studiato al minimo dettaglio (anche con le Istituzioni europee) per contenere almeno in parte i potenziali  esuberi del futuro”. Gli esuberi – puntualizza Dècina – “sono comunque indipendenti dallo scorporo poiché sono vincolati dalla situazione finanziaria di Telecom”. A tal proposito viene proposto un piano in 10 opzioni “con impatto positivo sul sistema economico”.

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