Rete unica, il progetto è in conflitto con il pacchetto Next Generation EU?

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Il progetto “rete unica” rischia di entrare in conflitto con le linee guida del piano Next Generation Eu, che puntano sulla doppia transizione digitale e green?

Il progetto “rete unica” rischia di entrare in conflitto con le linee guida del piano Next Generation Eu? E’ questo in sintesi il quesito che si pone il sito specializzato economico Economic Times, che analizza anche dal punto di vista della concorrenza il quadro europeo alla luce del progetto di Tim sulla rete unica.

La ratio per l’utilizzo dei 750 miliardi di Next Generation EU

La ratio per l’utilizzo dei 750 miliardi di euro di fondi del Next Generation EU, messi a disposizione da Bruxelles per la ripresa post Covid-19, vanno utilizzati con criteri ben definiti, chiariti al momento del varo delle misure dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e dalla vicepresidente con delega a Concorrenza e Digitale Mergrethe Vestager.

Doppia transizione verde e digitale

Nel suo discorso di settembre sullo Stato dell’Unione Europea, la presidente von der Leyen ha indicato due direttrici fondamentali su cui indirizzare gli investimenti, vale a dire la “doppia transizione verde e digitale”. Il prossimo decennio dovrà essere quello del digitale per l’Europa, con i paesi del blocco che formulano obiettivi comuni per la connettività, le competenze digitali e un’efficace governance digitale.

La vicepresidente Vestager, dal canto suo, ha tentato di garantire che le misure di aiuto di Stato dispiegate dagli Stati membri per resistere al peso della crisi rimangano “temporanee, limitate e progettate per proteggere da fallimenti e licenziamenti”, assicurando un quadro di distorsioni limitate nel mercato unico. In questo contesto, la sfida principale per la titolare della Concorrenza Ue, secondo l’analisi, arriva dall’Italia.

Secondo l’analisi, “il governo (italiano ndr) sta tentando di invertire decenni di progressi nella liberalizzazione delle telecomunicazioni spingendo attraverso un nuovo monopolio che unisce Telecom Italia (TIM) e Open Fiber, una joint venture creata dalla banca statale italiana Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e il gigante dell’energia Enel.

In caso di successo, la società risultante avrebbe il monopolio sulla rete a banda larga fissa italiana, danneggiando i consumatori e sollevando anche potenziali conflitti di interesse insieme ai timori di aiuti di Stato”, si legge.

Tim e Open Fiber: una partita aperta

Per i sostenitori di mercati Tlc aperti e competitivi in Europa, di cui Margrethe Vestager è il primo esponente, la ratio del governo italiano di mettere il proprio peso a favore di una fusione è “nel migliore dei casi fuorviante e nel peggiore regressiva”, si legge. Al contrario, il governo sostiene che “i suoi piani per creare un “campione nazionale” della banda ultralarga aiuteranno a colmare il considerevole divario digitale che separa il nostro paese dal resto dell’Europa”.

Ma di fatto, “la concorrenza tra TIM e Open Fiber è la ragione principale per cui l’Italia ha fatto progressi nella fibra (FTTH)”, si legge. E ancora “Nonostante le affermazioni di TIM secondo cui il modello di business solo all’ingrosso di Open Fiber è stato “un fallimento”, la nuova società ha collegato 9,5 milioni di famiglie italiane alla sua rete FTTH, abbastanza per rendere Open Fiber il terzo fornitore in Europa e per guadagnare terreno per l’infrastruttura digitale in ritardo del paese”.

Questioni aperte per la vicepresidente Vestager

Il governo italiano sembra “ignorare gli aspetti basilari dell’operazione”, che al contrario la vicepresidente Vestager prenderà in considerazione, si legge.

In primo luogo, il fatto che “il merger TIM-Open Fiber creerebbe un monopolio de facto sostenuto dallo Stato, minando la spinta a livello UE verso la deregolamentazione e la liberalizzazione”.

Ma “sul fronte Tim, l’ad Luigi Gubitosi insiste sul fatto che la sua azienda mantenga il controllo sulla rete a banda larga nel caso in cui diventasse l’unico fornitore all’ingrosso del paese”.

L’analisi ricorda che “in questa fase non è chiaro se l’accordo sarà esaminato da Bruxelles o da Roma”, ma “sono implicate serie questioni relative agli aiuti di Stato.

Anche se il governo di Giuseppe Conte ha promesso che creerà un “fiduciario di controllo” per garantire la supervisione del potenziale comportamento del monopolio della banda larga nei confronti delle decisioni di investimento e del mercato, il governo stesso sarebbe il secondo maggiore azionista della società ed eserciterebbe il potere di veto attraverso agenzie statali come CDP. 

La rete monopolistica potrebbe persino ricevere sovvenzioni (grants) dal pacchetto Next Generation EU”.

Da ultimo, “il pericolo è che il piano italiano rappresenti un dannoso precedente per gli altri mercati della Ue”, chiude l’analisi di Economic Times.

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